Le origini della Mindfulness

 

Articolo a cura di Marco Passavanti, Psicologo e istruttore Mindfulness

Negli ultimi anni si sono diffuse tantissimo le pratiche meditative e la diffidenza iniziale ha lasciato il posto a curiosità ed entusiasmo per questo mondo. Ma di preciso qual è l’origine della Mindfulness? Di cosa si tratta? In questo breve articolo proveremo a spiegarlo soprattutto per chi si sta avvicinando da poco a questa pratica.

 

Una prima definizione di cosa sia la mindfulness la possiamo trovare, nelle sue origini buddhiste, partendo dall’etimologia della parola stessa. Si osserva, cosi, che “mindfulness” corrisponde al termine “sati” della lingua pali, ma anche al sanscrito “smriti”, ovvero una condizione psicologica di piena consapevolezza non concettuale che sia allo stesso tempo consapevolezza, momento per momento, della mente e del cuore; è chiaro, perciò, come tale attitudine non sia riducibile alla traduzione letterale della parola inglese “mindfulness”, espressione di una semplice consapevolezza della mente, ma racchiuda in sé anche il corrispettivo stato di “heartfulness”, ovvero una consapevolezza che non sia analitica e fredda, ma sia anche pienezza del cuore. Mindfulness è, allora, uno stato mentale, una disposizione, un atteggiamento, non circoscrivibile ad un’abilità cognitiva, ma una modalità dell’essere in cui la mente diventa totalmente consapevole ed attenta all’intero flusso di energia e informazioni che la riguardano e la attraversano. In questo senso, l’atteggiamento di una mente mindful si colloca sul continuum opposto rispetto al modo di vivere inconsapevole, sotto la guida del pilota automatico (mindless), che solitamente rischiamo di condurre in mezzo alla frenesia della nostra quotidianità; un atteggiamento mindful contemporaneamente, permette il raggiungimento di una conoscenza immediata, che va oltre il pensiero e che si manifesta, anzi, quando la tumultuosa attività della mente e finalmente placata. La realizzazione di un cuore sereno e una mente lucida, dunque, sono quanto più il fine desiderabile della pratica meditativa.

Come è intuibile dall’origine del termine, la mindfulness ha, cosi, le radici in quella che è la tradizione buddhista, in particolare negli insegnamenti tramandati dal Buddha 2500 anni fa, e prende forma dalle pratiche meditative tipiche della pratica Vipassanā, che si prefigge di sviluppare quanto più possibile la consapevolezza di tutti gli stimoli sensoriali e mentali al fine di percepire le cose cosi come realmente si presentano; tuttavia non di meno si possono cogliere in parte gli insegnamenti della pratica Samatha, ove la pratica meditativa si propone di perseguire una dimensione di pacificazione, di saggezza interiore e di concentrazione,

Una sintesi perfetta di entrambe queste tecniche la si può cogliere nel pensiero del monaco e maestro zen vietnamita Thich Nhat Hanh, che da qualche decennio si fa portavoce di questo atteggiamento di accettazione e consapevolezza, affermando come la presenza mentale liberi dalla dispersione, permetta di vivere consapevolmente momento per momento e sia allo stesso tempo il percorso ed il fine ultimo. Egli, infatti, dice:

“la presenza mentale è al tempo stesso un mezzo e un fine, il seme è al tempo stesso un mezzo e un fine, il seme e il frutto. Quando la pratichiamo per sviluppare la concentrazione, la presenza mentale è un seme. Ma la presenza mentale è di per sé la vita della consapevolezza se c’è presenza mentale c’è vita, e quindi in questo senso è anche il frutto.”

Anche Kabat-Zinn (2010) afferma quanto nella pratica della meditazione mezzo e fine coincidano e l’obiettivo non sia giungere ad una meta, ma restare pienamente nel momento presente, mentre Goleman (2006) sottolinea nuovamente come la pratica meditativa ruoti intorno sia alla concentrazione del soggetto su un oggetto e sia alla consapevolezza delle attività che si susseguono nella mente, concetto confermato anche da altri esperti.

 

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